RivistaOnLine    Associazione


   Sindacale Piccoli Proprietari Immobiliari


ATTUALITA'


TORNA AL SOMMARIO

 

HOME LOCAZIONE CONDOMINIO ACQUISTO SERVIZI URBANISTICA FISCO CONVENZIONI CONTATTO

 

 

Fallisce anche la Conferenza dell’Aia sulle emissioni 

Da dieci anni il mondo assiste impotente alle catastrofi


Habitat strapazzato. Effetto serra a ruota libera


dì Piergiacomo Braga

 

Clima "impazzito"e ininterrotti disastri non smuovono le grandi potenze. Restano lettera morta le intese di principio sancite a Kyoto nel 1997 per il passaggio alle fonti di energia pulita. Gli Stati Uniti, i maggiori inquinatori, arroccati a difesa dello scambio planetario di "permessi di emissione". L’Unione Europea per la responsabilità ambientale; ma ha un bilancio fallimentare.

 

Il nostro habitat fisico, nell’era della comunicazione, appare molto spesso come un grande corpo, inutile e abbandonato. Un corpo della cui presenza ci accorgiamo soltanto quando siamo costretti a registrare i sintomi del suo malessere profondo, spesso indulgendo in una sorta di strana attrazione per l’evento che fa notizia. Le occasioni certo non mancano. Secondo un rapporto del Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) la maggior parte delle catastrofi climatiche censite a partire del 1980 si concentrano nell’ ultimo decennio. Alla violenza distruttrice degli uragani dobbiamo aggiungere un succedersi ininterrotto di alluvioni, siccità, incendi, contaminazioni nucleari,naufragi di petroliere, scioglimento di ghiacciai e altri fenomeni climatici estremi. Le ferite inferte a Gea ricordano continuamente alle popolazioni e ai responsabili politici che una delle più grandi sfide con la quale l’ umanità deve confrontarsi è quella della sua stessa sopravvivenza fisica. Questa sopravvivenza richiede il passaggio da un modello produttivo ad alto impatto ambientale a un modello produttivo ecocompatibile. In altre parole: se l’ambiente è un valore bisogna tenerne conto nel momento in cui si programmano e si implementano le politiche economiche e settoriali di un paese (agricoltura, trasporti, energia ecc.). Tutto facile a livello di principi. Esempio: se gli Stati Uniti sono riconosciuti responsabili della produzione mondiale del 36% di gas cosiddetti "a effetto serra" è giusto che si impegnino a modificare le loro attività per neutralizzare le conseguenze di queste emissioni sulla salute del pianeta. L’Unione europea (24,2 %) e la Russia (17,4%) si impegneranno in maniera corrispondente alla loro nocività ecologica. Nel protocollo di Kyoto firmato nel 1997, le nazioni industrializzate acconsentivano a tradurre in un accordo internazionale questa assunzione di responsabilità ecologica. Il protocollo firmato da 83 paesi, prevede per il periodo 2008-2012 una riduzione del 5,2 % di gas a effetto serra, come l’anidride carbonica, rispetto ai livelli del 1990. Diminuire l’emissione di gas a effetto serra è un obbiettivo a portata di mano: la crescita economica, si afferma, può andare all’unisono con 1) un notevole risparmio energetico; 2) un monitoraggio del consumo dei combustibili fossili come carbone e petrolio; 3) una transizione verso fonti di energia meno inquinanti e rinnovabili. Tutto facile a Kyoto: basta intendersi sui principii e agire! Per la fase operativa bisogna attendere però la Conferenza internazionale dell’Aya sui problema del clima e dell’effetto serra svoltasi dal 13 al 24 novembre 2000. Le aspettative sono molte anche perché nel frattempo il rapporto annuale del 1999 fornito dall’Agenzia Europea dell’Ambiente(Aea) ci informa che siamo ben lontani dagli indicatori fissati a Kyoto: se i comportamenti di alcuni paesi non si modificano avvertono gli studiosi si rischia di avere entro il 2002 non una diminuzione ma un aumento delle emissioni di gas nocivi. Inoltre dopo i risultati deludenti delle due conferenze precedenti, quella di Buenos Aires del t998 e quella di Bonn del 1999, L’Aya costituisce l’ultima possibilità di effettiva attuazione del protocollo di Kyoto. L’ultimo appello per trasformare una mera dichiarazione di intenzioni in un progetto realizzabile nella pratica. La Conferenza dell’Aya molto attesa, al pari delle altre, è miseramente fallita. 1180 diplomatici presenti ma soprattutto i rappresentanti di Europa e Stati Uniti non sono riusciti a trovare un accordo su quasi nessuna delle modalità da attuare nella lotta all’aumento della temperatura del pianeta. Gli Stati Uniti hanno appoggiato una strategia "morbida" di adesione al protocollo che prevedeva il massiccio utilizzo dei cosiddetti "meccanismi di flessibilità". Si tratta di forme di cooperazione tra paesi aderenti che consentono l’utilizzo di metodi trasversali per il raggiungimento delle quote di emissione da risanare, I portavoce statunitensi hanno per esempio caldeggiato il conteggio delle foreste e delle aree agricole come "unità di riduzione di emissioni certificate"(CER). Se alberi e piante assorbono anidride carbonica in quantità considerevole, perché non barattare questo processo, opportunamente quantificato con parte del volume di emissioni che un paese si è impegnato a ridurre? Gli europei si sono opposti decisamente a questo principio di conversione sottolineando l’incertezza scientifica a proposito degli effetti di assorbimento.

Numerosi articoli delle prestigiose riviste scientifiche Nature e Science non solo smentiscono gli americani sulle procedure di quantificazione ma addirittura avanzano l’ ipotesi che le foreste potrebbero, in certe condizioni, rilasciare e non assorbire anidride carbonica. Un altro meccanismo caldeggiato dagli Stati Uniti è il clean development mechanism che consente ad uno o più paesi industriali di finanziare progetti di ecosviluppo nei paesi poveri guadagnando in questo modo dei crediti sulle emissioni.

Gli Stati Uniti infine hanno difeso instancabilmente l’ emission trading. meccanismo che consente uno scambio planetario di "permessi di emissione": il paese che più inquina può acquistare liberamente delle quote di emissione da paesi che sono largamente al di sotto dei limiti stabiliti, evitando così i costosi risanamentì interni. Gli Europei non si opponevano aprioristicamente a questa sorta di "borsa dell’ inquinamento" ma chiedevano di stabilire il limite del 50% delle quote da ridurre, in modo da obbligare i paesi più inquinanti a mettere in moto dei processi di risanamento e conversione delle attività produttive nazionali.

Il rischio infatti è evidente: con la completa libertà di scambio dei permessi di emissione un paese può risultare ecologicamente corretto senza aver mai ridotto le proprie emissioni. Su questi punti e molti altri l’Unione Europea si e opposta alla strategia statunitense, presentandosi come la sostenitrice del principio di responsabilità ambientale. Ma come sì presentava l’Europa alla conferenza dell’ Aya? Riportiamo un passo del già citato rapporto annuale dell’ Agenzia europea dell’ambiente, datato 1999 che getta una luce inquietante sulla situazione ambientale nel vecchio continente: "La qualità generale dell’ambiente nell’ Unione Europea non conosce miglioramenti significativi, anzi si degrada ulteriormente in certi amhiti, e questo nonostante più di venticinque anni di politica ambientale comunitaria". Seduti comodamente davanti ai nostri schermi siamo tutti in attesa della prossima catastrofe.

 

 

I SEI GAS SOTTO ACCUSA

 

Sul banco degli imputati dell’ effetto serra ci sono gas ormai tristemente famosi come l’ anidride carbonica e altri meno conosciuti come il perfluorocarburo. Ecco uno per uno i micidiali composti chimici regolamentati dal protocollo di Kyoto:

C02 - anidride carbonica, il gas emanato soprattutto dalle ciminiere delle industrie, quelle di trasformazione e produzione energetica in primo luogo, e dagli scappamenti delle auto.

CH4 - metano, le emissioni di questo gas sono da imputare al settore agricolo, soprattutto alle deiezioni animali e anche alle discariche dei rifiuti.

N20 - protossido di azoto, anche per questo gas sono responsabili l’ agricoltura, il settore energetico e i trasporti.

PF - perfluorocarburo, questa sostanza è un clorocarburo utilizzato per la refrigerazione.

HFC - idrofluorocarburo, uno dei principali sostituti dei Cfc, i gas responsabili dell’ assottigliamento dello strato di ozono, utilizzato per refrigerazione e condizionamento.

SF6 - esafluoruro di zolfo, un prodotto chimico usato in vari comparti industriali.

fonte: Pietra su Pietra, bimestrale dell'Asppi 

 

TORNA AL SOMMARIO

Copyright © ASPPI ROMA, 2001 - asppiroma@asppiroma.it